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IL VESCOVO COL GREMBIULE
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Chi è don Tonino Bello?
Nell’agreste e arretrata terra del Salento, nel piccolo centro urbano di Alessano della provincia di Lecce, a pochi chilometri dalle coste pugliesi di Santa Maria di Leuca, nasce il 18 Marzo del 1935, Antonio Bello.
Don Tonino, come sarà presto ribattezzato dai familiari (e come verrà amichevolmente chiamato pure da vescovo) è il primogenito di tre figli, venuti al mondo dal secondo matrimonio di un maresciallo dei carabinieri in pensione e da un’umile donna, che sarà per lui un costante e caro punto di riferimento negli anni avvenire.
Tonino Bello, trascorre un’infanzia segnata dalla miseria, dalla necessaria e faticosa collaborazione ai lavori dell’orto e a quelli di casa (che egli deve alternare ai suoi svaghi di bambino); tutto ciò in un periodo storico in cui l’Italia si trova a fare i conti con la tragica esperienza della seconda guerra mondiale. Anche Tonino affronta la paura dei bombardamenti, gli stenti e la perdita dei due fratelli che il padre aveva avuto dal precedente matrimonio (entrambi impegnati nelle forze navali del conflitto).
A questi avvenimenti della vita va ricondotto il suo profondo interesse per il tema della pace e del rifiuto di ogni forma di violenza, nonché per le situazioni di povertà verso le quali mostrerà una sensibile e concreta partecipazione, con la cognizione di chi le ha vissute e sa che, come dice: ‹‹bisogna adottare l’occhio dei poveri per comprenderli››.
A soli sei anni e mezzo rimane orfano di padre, del quale conserverà un ricordo sbiadito che lo porterà a legarsi in maniera particolare alla figura materna.
Poco più che ragazzino, Tonino deve crescere in fretta e lo farà rimanendo profondamente radicato alla terra pugliese, alla semplice e benevola gente del luogo e alla sua lingua dialettale, alla passione per il mare, così vicino casa, da diventare il suo secondo habitat naturale: radici paesane che custodirà gelosamente, nella convinzione che: ‹‹chi non ha memoria non ha storia››.
Terminate le elementari, si avvia a proseguire gli studi di scuola media e di biennio liceale presso il seminario diocesano di Ugento, a quindici chilometri dal paese natale, immerso in nuovo ambiente che lo forma ad uno stile di vita comunitaria e più disciplinare, come è propria del seminario. Si tratta di un’esperienza che lo aiuterà a fronteggiare al meglio la maggiore lontananza dal suo luogo d’origine e gli ulteriori impegni di studio, che il completamento del triennio liceale comporteranno con il trasferimento al seminario regionale di Molfetta. In tale contesto di vita, riceve la stima dei compagni per la sua energica ad affabile personalità, protesa al dialogo, alla gratuita disponibilità verso tutti nonché quella dei docenti, per la sua vivace intelligenza e la puntuale preparazione nell’osservanza delle regole e dei propri doveri da adempiere. Inoltre, pratica lo sport del calcio e coltiva la musica, suonando l’organo e la fisarmonica e cantando il gregoriano.
Giunti a termine anche gli studi ginnasiali, per un giovane di talento come Tonino, ha inizio un quinquennale esperienza mirata alla formazione teologica da applicare in campo sociale, con la permanenza al seminario degli studi sociali dell’Onarmo (Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale agli Operai), nella laica ed industriale Bologna.
In un ambiente totalmente diverso da quello pugliese, Tonino prosegue la sua formazione in continuo contatto con gli operai, diplomandosi come assistente sociale con una tesi sui “Problemi del Tavoliere della Puglia osservati da un cappellano del lavoro”.
Concluso il corso teologico, non ancora ventiduenne ed in anticipo con i tempi canonici, l’8 dicembre del ’57 don Tonino viene ordinato sacerdote e, dopo poco tempo, ritorna all’Onarmo di Bologna per iniziare a ‹‹condividere, da cappellano›› - come spiega - ‹‹le sofferenze del mondo del lavoro: di quel mondo impregnato di ingiustizie, come era allora››. Nello stesso tempo, gli viene proposto, e accetta di conseguire la licenza in teologia dogmatica alla Facoltà teologica di Milano, presso il seminario di Venegono.
Portata a conclusione questa ennesima tappa di formazione don Tonino viene richiamato al seminario di Ugento per svolgere servizio tra i giovani, dove rimarrà per ben diciotto anni, prima come prefetto e vice-rettore poi come rettore.
Durante questi anni, si appresta ad intraprendere e portare a termine nei tempi stabiliti, la laurea in teologia presso la pontificia Università Lateranense.
Oltre a seguire con ingegno e preparazione i suoi ragazzi, don Tonino si fa anche promotore di numerose iniziative: organizza settimane teologiche e incontri con giovani ed intellettuali col sussidio di illustri e discussi relatori, come i missionari David Maria Turoldo e Alex Zanotelli, che gli saranno a fianco in diversi momenti del suo operato. In questo modo, gli diviene via via possibile parlare alla coscienza popolare, rimanendo in linea con le nuove e più aperte visioni sulla presenza e considerazione attiva della persona, nell’impegno sociale e politico.
Per don Tonino, da sempre desideroso di tuffarsi tra la gente, arriva nel ’79 la nomina a parroco di Tricase (nella provincia di Lecce), dove apporta presto il suo dinamico e cordiale modo di fare. In costante contatto con la gente, si mostra attento alle situazioni di varia necessità, verso le quali sono indirizzate le sue prese di posizione, mirate a sensibilizzare le amministrazioni locali al dovere di affrontare e porre rimedio ai disagi e alle forme di emarginazione presenti nel paese, guidato dall’intimo bisogno di dover essere, come afferma, ‹‹esperti in umanità, uomini fino in fondo››.
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Quest’esperienza da parroco, della quale conserverà soprattutto il ricordo del contatto umano e diretto con le varie categorie e circostanze del vivere quotidiano, durerà fino all’agosto del ’82, quando viene nominato vescovo della diocesi di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi e, subito dopo anche di Ruvo, annessa alle precedenti.
Ben presto i molfettesi hanno modo di conoscere la figura insolita del nuovo vescovo, che rifugge ogni forma di potere e burocrazia e, piuttosto che vivere da prelato, ama incontrare e condividere la quotidianità della sua gente, facendosi prossimo nelle situazioni di disagio e povertà con il proprio solidale e concreto intervento, denunciando e ponendo dei segni di risoluzione, attento com’è, più a promuovere la dignità umana che a lasciarsi condizionare da pregiudizi culturali.
Nell’85 giunge la nomina a presidente nazionale della Pax Christi (movimento cattolico internazionale per la pace, sorto in Italia nel 1954), in precedenza guidata dall’amico don Luigi Bettazzi. Con questo ruolo, don Tonino farà germogliare a pieno la sua vocazione protesa ai temi della pace, della nonviolenza e dell’antimilitarismo con coerente impegno, attraverso varie attività e prese di posizione che gli costeranno non poche incomprensioni e critiche.
Don Tonino conclude la propria esperienza terrena, il 20 Aprile del 1993, con l’angosciosa volontà di appellarsi alle coscienze nell’intento di condannare l’atto di violenza chiamato “guerra”, che negli anni appena precedenti aveva colpito il territorio del Golfo Persico e che adesso stava affliggendo anche la ex Jugoslavia. Ma don Tonino se ne va pure col desiderio di promuovere una cultura della solidarietà, che annuncia con forza il rispetto per la dignità umana, inclusa quella delle migliaia di profughi albanesi che in quel periodo iniziano a sbarcare sulla coste pugliesi per sfuggire alle repressioni della dittatura; e lo fa ammonendo l’assenza dello Stato, chiedendo un trattamento più dignitoso, adoperandosi direttamente per sopperire alle loro necessità. Anche stavolta, non mancano le provocazioni di una certa stampa e di una parte dell’opinione pubblica. Ad esse, seppure debilitato dalla grave malattia che segue inesorabilmente il suo corso, don Tonino risponde con il gesto simbolico e rischioso di recarsi in missione di pace a Sarajevo, a dicembre del 1992, inarrendevole, ma anche amareggiato dall’incomprensione che lo circonda:
‹‹Voi lo sapete dove sono andati a finire i pacifisti. Li troverete negli innumerevoli laboratori d’analisi in cui si smaschera la radice ultima di ogni guerra e del suo archetipo di sangue: il potere del denaro. Li troverete nei luoghi dove si formano le nuove generazioni a compitare le letture sovversive della pace […]. Li troverete là dove si coscientizza la gente sulle strategie della nonviolenza attiva e la si educa a vivere in una comunità senza frontiere e senza eserciti››.
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L’azione di don Tonino
Don Tonino è un uomo di prassi e il suo pensiero è imperniato su una logica del servizio che è spinta dalla morale cristiana e che è resa credibile proprio dalla coerenza e dalla concretezza dell’agire. Per un uomo come lui, appassionato a spendere la vita per e con l’altro, è importante andare incontro a chi spera in un futuro migliore lottando contro il predominio della logica del potere e della violenza, e contro la rassegnazione che nulla possa cambiare.
Don Tonino agisce in prima persona, nella convinzione che con l’esempio e col dialogo sia possibile risvegliare la coscienza popolare, alla quale spetta il compito di modificare la rotta del cammino presente mediante progetti di sviluppo e di solidarietà. Profondamente radicato nella propria realtà meridionale e attivo sostenitore di una partecipazione democratica e nonviolenta alla vita della società, egli è attento allo scorrere degli eventi che portano alla luce varie problematiche di ordine politico-sociale e morale, bisognose di studio ed intervento. Per questo motivo, non soltanto da vescovo, si assume una responsabilità educativa fatta non solo di contenuti ma anche di processi formativi, da lui stesso progettati in termini di lettura, riflessione e azione. Le sue principali attività e prese di posizione – qui di seguito segnalate in maniera riassuntiva – sono accomunate dal suo interesse per l’uomo e dal perseguimento di quell’ideale educativo di pace a cui aspira concretamente attraverso un continuo impegno di denuncia contro le varie forme d’ingiustizia e di violenza, nonché attraverso gesti di condivisione nei riguardi degli ultimi.
Nel novembre dell’82, a breve distanza dalla sua nomina episcopale, don Tonino compie la prima uscita clamorosa, unendosi alla marcia dei pacifisti organizzata anche da padre Turoldo diretta a Comiso per protestare contro l’installazione di missili statunitensi nella base Nato siciliana. Qui interviene sostenendo gli ideali della pace e le ragioni del disarmo.
A febbraio dell’83, è solidale con gli 850 operai delle Acciaierie Ferriere Pugliesi di Giovinazzo, da mesi in agitazione per la minaccia di chiusura dello stabilimento e per il mancato ricevimento dello stipendio. Don Tonino si presenta da loro partecipando ad un’assemblea, consegnando del denaro prelevato da un fondo diocesano, partecipando ai cortei di protesta e andando a Roma per presentare al ministro dell’industria un documento del consiglio di fabbrica che avanza delle precise e fondate richieste. La sua solidarietà si rafforza quando si autodenuncia come coimputato con gli operai che avevano bloccato la stazione ferroviaria.
Nell’84 insieme ai primi due obiettori che prendono servizio a Molfetta per conto di Pax Christi, fonda una “Casa della pace” come attività sociale per il recupero del degradato centro storico della città. Da questa realizzazione nascono numerose iniziative, tra le quali la Cooperativa “La Meridiana” e un Centro di solidarietà volto allo studio della situazione di povertà del territorio, nonchè punto di ascolto e d’accoglienza per gli emarginati, i terzomondiali e i bisognosi. Alla fine dello stesso anno, alla modifica della legge sull’equo canone segue una serie di disdette d’affitto e di provvedimenti di sfratto, tale da provocare una crisi di alloggi che don Tonino cerca di affrontare insieme agli altri centri della diocesi, ospitando in episcopio alcune famiglie di sfrattati. Nello stesso tempo inaugura, a Ruvo di Puglia, la Casa di accoglienza per stranieri “Sacra Famiglia”.
A luglio dell’85 partecipa attivamente alla Route internazionale di Pax Christi confrontandosi sul tema “Nel segno della riconciliazione: ripartire dal Sud”. Su questo argomento mette in evidenza come la scelta di percorrere le strade del Sud d’Italia, simboleggia l’impegno di annunciare la pace a tutti i Sud della terra.
Nel dicembre dell’85, inaugura a Ruvo di Puglia la CASA (Comunità di Accoglienza e Solidarietà “Apulia”) per il recupero di tossicodipendenti. Partecipa inoltre, alla marcia di cinquemila persone che sfilano tra Gravina e Altamura (Bari) per protestare contro la crescente militarizzazione del territorio: una delibera regionale esprime, infatti, parere favorevole alla realizzazione di tre poligoni di tiro permanenti in quelle zone causando l’esproprio di diecimila ettari di terreno all’agricoltura e alla pastorizia.
Nel gennaio dell’86, si reca a Roma con gli amici del comitato “Contro i mercanti di morte” per incontrare i rappresentanti della Commissione Esteri della Camera e sostenere l’approvazione di una nuova legge sul commercio di armi. Inizia dunque, a praticare l’obiezione fiscale alle spese militari, e a causa di questo motivo si trova a dover difendere l’amico Bettazzi – che è il vescovo più esposto sul fronte pratico e dottrinale sull’obiezione alle spese militari – per un articolo di Indro Montanelli apparso in febbraio sul quotidiano “Il Giornale”. Nello stesso mese, scrive “all’operaio che lavora in una fabbrica di armi”, per indurlo a prendere posizione in favore della riconversione ad uso civile delle trecento industrie belliche operanti in Italia.
Ad aprile scrive ai consiglieri della Regione Puglia per chiedere nuovamente la revoca della delibera n. 400/1983 sulla destinazione di diecimila ettari della Murgia barese a megapoligono permanente per esercitazioni militari.
Nel mese di ottobre, solidarizza con i marocchini di Ruvo, mediando con l’autorità e la forza pubblica per non farli mandare fuori dalla città.
Nell’ottobre dell’87, partecipa al convegno indetto dal comitato “Contro i mercanti di morte” per riflettere sul tema dell’articolo 11 della Costituzione Italiana, che prevede il ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Nel dicembre dello stesso anno, insieme ai vescovi della Metropolia di Bari, don Tonino firma il documento “Terra di Bari: terra di pace”, per riaffermare la vocazione pacifista della Murgia barese, dei suoi abitanti e degli operatori economici. Partecipa inoltre, alla marcia della pace a Reggio Calabria, per mezzo della quale si protesta anche circa la questione degli F16 destinati all’area di Capo Rizzuto (Crotone).
Nell’88 incentiva l’obiezione di coscienza militare, che in diocesi registra già venti presenze. A giugno, insieme ai vescovi della Metropolia di Bari, don Tonino firma il documento “Puglia: arca di pace e non arca di guerra”, contro l’ipotesi di destinare i cacciabombardieri americani F16 all’aeroporto militare di Gioia del Colle (Bari). Il governo americano e quello italiano hanno raggiunto, infatti, un accordo di massima per il trasferimento in una località dell’Italia meridionale di settantadue cacciabombardieri sfrattati dalla base spagnola di Torrejon a partire dal 1991.
Nel febbraio dell’89, don Tonino inaugura a Molfetta, la “Cattedrale della carità”, centro di accoglienza per gli ultimi gestito dalla Caritas diocesana. A novembre, insieme a mons. Bettazzi, firma un documento per chiedere ai governi occidentali, specie a quello italiano, di sostenere la Risoluzione dell’Onu sulla situazione di guerra in Cambogia.
Nel marzo del ’90, prende posizione in favore dei cittadini della zona 167 Chivoli di Terlizzi, chiedendo un intervento di adeguato sviluppo della periferia urbana. A settembre dello stesso anno, scrive ai parlamentari italiani per distoglierli ad aderire alla Guerra del Golfo.
Nel gennaio del ’91, scrive una seconda lettera ai parlamentari italiani, all’indomani dell’imminente partecipazione dell’Italia al conflitto armato nel Golfo Persico.
Nello stesso anno egli partecipa all’appuntamento annuale di “Beati i costruttori di Pace”, riuniti all’Arena di Verona, per sostenere i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta per il cambiamento dei modelli di sviluppo che rendono subalterno il Sud del mondo.
Nel febbraio del ’91, protesta con gli studenti di Molfetta contro il conflitto appena scoppiato nel Golfo Persico.
A marzo, accoglie al seminario regionale 125 profughi albanesi sbarcati nel porto di Molfetta e ne invia altri sbarcati nel porto di Brindisi in varie strutture religiose.
Ad agosto, è al porto di Bari per chiedere alle autorità politiche e militari, un trattamento più umano nei confronti dei profughi albanesi.
Nel dicembre del ’92, don Tonino guida la missione di Pace di cinquecento pacifisti diretti a Sarajevo, in pieno conflitto civile. Nello stesso mese, presiede a Molfetta la XXV e sua ultima marcia nazionale della pace.
Nell’aprile del ’93, insieme a mons. Bettazzi, firma ed invia un appello a tutti i responsabili della guerra nella ex Jugoslavia, per indurli a fermare il conflitto in corso.